Ex Ilva, nuove proteste a Taranto per il polo dell’acciaio

È scontro sui nodi ambientali e sull’utilizzo di parte del miliardo sequestrato ai Riva e trasferito ai commissari dell’amministrazione straordinaria

Inizio d’anno rovente per l’ex Ilva di Taranto, da alcuni mesi diventata Acciaierie d’Italia con partner lo Stato attraverso Invitalia. L’articolo 23 del decreto Milleproroghe che vuole spostare 575 milioni di euro dalla bonifica dei siti inquinati alla realizzazione dei futuri impianti per produrre acciaio con la decarbonizzazione, ha generato un fuoco di sbarramento. Sono soldi che rientrano nei 1.1071 milioni sequestrati anni addietro dalla Procura di Milano agli industriali siderurgici Riva, ex proprietari Ilva, che li avevano portati all’estero.

Il passaggio da un impiego all’altro di questi fondi così come previsto dal Milleproroghe, non piace. No secco di parlamentari dell’M5S, Pd, Italia Viva. No da una pluralità di soggetti che vanno dalla Fim alla Cisl, dalla Fiom all’Usb, dai Verdi alle associazioni Peacelink e Genitori Tarantini, da Legambiente a Confcommercio per finire ai consiglieri regionali della Puglia. Critico anche l’ex sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che da circa un mese ha dovuto lasciare Palazzo di Città per le dimissioni di 17 consiglieri comunali su 32 che hanno causato lo scioglimento anticipato dell’assemblea e la caduta dell’amministrazione col ritorno al voto, comunque già previsto per quest’anno.

Emendamenti per sopprimere la norma contestata

Non solo solo proteste però. Pd, con Ubaldo Pagano, capogruppo nella commissione Bilancio della Camera, e M5S, con i parlamentari Gianpaolo Cassese e Mario Turco (tra i vicepresidenti del Movimento), hanno già anticipato che presenteranno emendamenti soppressivi dell’articolo 23. Stessa cosa ha annunciato Giovanni Vianello col gruppo Alternativa alla Camera. Chiedono che quei milioni messi sulla decarbonizzazione siano riportati sulle bonifiche a cura di Ilva in amministrazione straordinaria. Si profilano anche nuovi esposti: alla Procura di Taranto e all’Unione Europea, visto che la norma in questione, oltre ad affrontare l’esame delle Camere, andrà sottoposta al vaglio di Bruxelles. E arrivano infine i sit-in di protesta: il 5 gennaio delle associazioni e il 7 gennaio del sindacato Usb.

“Scippo”, “gioco delle tre carte”, “grave”, “inaccettabile”, ecco i termini più gettonati nelle varie prese di posizione. “Voglio sperare che si sia trattato di un equivoco nel Governo e si faccia immediata chiarezza attraverso un chiarimento del ministero dello Sviluppo Economico” commenta l’ex ministro Francesco Boccia, della segreteria nazionale Pd. E anche se il Milleproroghe spiega, nella relazione allegata, che “tenendo conto delle somme già allocate per gli interventi ambientali ad opera del gestore ArcelorMittal e stimando per gli interventi previsti dal decreto del presidente del Consiglio direttamente in capo ad Ilva in as, un fabbisogno di circa 100 milioni di euro”, residuano ancora 575 milioni. E che questi “possono essere utilmente impiegate per interventi di decarbonizzazione ed elettrificazione del ciclo produttivo dello stabilimento siderurgico di Taranto, nel quadro degli obiettivi nazionali ed europei di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra ed in coerenza con i più generali obiettivi di risanamento e ammodernamento del sito di Taranto”, la cosa a Taranto non piace per niente.

Nel 2022 dieci anni dal sequestro giudiziario

Oltretutto, col 2022 si è entrati nel decimo anno del sequestro dell’area a caldo della fabbrica da parte della magistratura, e l’obiettivo del 2012, cioè tenere insieme salute e lavoro, non è ancora centrato, così come il rilancio dell’ex Ilva non è ancora una pagina compiuta. D’altra parte lo stesso ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha ammesso di recente che la partita si è rivelata, per vari motivi, più complicata del previsto. Col trasferimento di fondi ipotizzato dal dl Milleproroghe si è quindi toccato un nervo scoperto, considerato che in questi dieci anni a Taranto le bonifiche non hanno fatto significativi passi avanti. Distinte tra aree attigue all’acciaieria e quelle periferiche della città ed affidate a due diverse gestioni commissariali: le prime ad Ilva in amministrazione straordinaria, guidata dai commissari incaricati dal Mise, le seconde al commissario nominato dal ministero dell’Ambiente.

La revisione della Valutazione danno sanitario

Ma lo scontro non è solo sul Milleproroghe. Alle proteste dei giorni scorsi per la richiesta di Acciaierie d’Italia al ministero della Transizione ecologica di ridurre i tempi di distillazione del carbon coke, uno dei materiali di carica degli altiforni, da 24 a 18 ore – misura di prevenzione ambientale introdotta tempo addietro -, si sono aggiunti ora elementi nuovi. Secondo le denunce di Verdi e Peacelink, Acciaierie d’Italia preme per allentare i vincoli ambientali. Afferma Angelo Bonelli, co-portavoce di Verdi Europa: “Il Mite ha chiesto in data 23 dicembre 2021 al ministero della Salute, su sollecitazione di Acciaierie d’Italia, di ricalcolare i valori epidemiologici che hanno portato alla Valutazione danno sanitario con rischio cancerogeno elevato”.

“Acciaierie d’Italia – aggiunge Bonelli – ha chiesto al Mite di poter produrre di più e a condizioni meno restrittive dal piano ambientale e per questo chiede la revisione della valutazione del danno sanitario”. Rincara Alessandro Marescotti di Peacelink: “Acciaierie d’Italia vuole una revisione della Valutazione danno sanitario per evitare che venga riesaminata in senso restrittivo l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale”. La pratica di riesame fu avviata dall’ex ministro Sergio Costa su richiesta del sindaco Melucci.

Fabbrica a basso numero di giri

Situazione tesa, dunque, mentre il siderurgico più grande d’Europa continua a non beneficiare del mercato favorevole dell’acciaio, stretto com’é tra produzione bassa (poco più di 4 milioni di tonnellate nel 2021) rispetto alle potenzialità e soprattutto alla domanda, cassa integrazione continua (avviata una nuova tranche di 13 settimane, dal 13 dicembre, per un numero massimo di 3.500 dipendenti) e impianti fermi (altoforno 4 e acciaieria 1). Mentre resta per ora solo annunciato, dopo il vertice al Mise del 13 dicembre scorso, il piano proiettato al futuro e all’idrogeno in una prospettiva di dieci anni.

Editor 2019